Servire lo strumento … o servirsene?

Perché alcuni strumenti, soprattutto digitali, ci spaventano? Sarà forse perché non li conosciamo o non ce ne sentiamo totalmente in controllo? Perché si tende a centralizzare conoscenza tecnica e potere?
Parliamo de “La convivialità”: base da cui partire per ridisegnare il rapporto fra società e tecnologia.

Si stima che un uomo in media dedichi 1500 ore l’anno alla sua automobile. 

Considerando che si passa poco più di un’ora di tempo al giorno in un mezzo in marcia (quindi circa 365 ore all’anno), il resto del tempo è da considerarsi come la somma di tutti i minuti o le ore trascorsi per lavorare e guadagnare i soldi necessari per comprare l’auto e mantenerla in buono stato, per pagare carburanti, pneumatici, pedaggi, assicurazioni, multe, tasse di proprietà, tagliandi.

Un’altra parte di questa somma di ore è composta dal tempo speso a guardare pubblicità di automobili, a leggere annunci di usati e a visitare le concessionarie o le finanziarie per chiedere prestiti, a comprare e cercare nuovi accessori per aumentare il comfort alla guida, oltre al tempo trascorso in garage per parcheggiare e a quello che è stato necessario per prendere la patente o per rinnovarla.

Una parte residuale può inoltre considerarsi il tempo utile a sbrigare le pratiche burocratiche quando si ha sfortunamente un sinistro, o il tempo per lo stesso motivo passato in ospedale o a parlare con avvocati, periti e liquidatori.

Sommando il tutto si ottiene l’incredibile cifra di 1500 ore l’anno per individuo, 62 intere giornate, per una media quotidiana di 4 ore di tempo dedicate alla propria automobile.

Se si considera che in media si percorrono più o meno diecimila chilometri all’anno è facile fare il calcolo: occorre un’ora di tempo per percorrere in automobile 6,6 Km.

Un’ora di tempo dedicato alla propria auto (fra spostamenti, lavoro, pratiche e commissioni) per ogni 6,6 Km percorsi grazie al mezzo.

Vista così ne vale pena?

Questo è uno degli esempi portati da Ivan Illich nel suo famoso saggio “La convivialità” per descrivere alcuni paradossi delle società industriali.

Copertina de “La convivialità” di Ivan Illich – Edizione in lingua inglese del 2001, edita da Marion Boyars

Illich, i cui scritti in tempi recenti hanno ritrovato una certa fama, è stato da sempre un pensatore scomodo. La sua critica è sempre stata radicale e spietata e ha preso di mira ogni aspetto delle società industriali moderne, partendo dalle istituzioni (scuola, professione, medicina, coppia e sistema del lavoro) arrivando alle invenzioni tecnologiche (televisione e automobile su tutte).

Ne “La convivialità” in particolare, il pensatore austriaco, si scaglia contro la medicina, i mezzi di trasporto moderni e la scuola che sono usati come fulgidi esempi per presentare la sua tesi.

Alla base de “La convivialità” c’è l’analisi del rapporto fra l’essere umano e gli strumenti che utilizza per raggiungere i suoi scopi. Per strumento l’autore intende qualunque prodotto culturale (sia esso un oggetto, un bene o un servizio) che serve a sopperire alle naturali carenze umane e a soddisfare i suoi bisogni. Illich pensa che ogni tipo di strumento moderno, che in un primo momento (dopo “la prima soglia” di sviluppo industriale, si dice nel testo) aiuta l’essere umano nel svolgere il proprio compito, ottimizzando i tempi, aumentando il comfort e aiutando nella crescita personale, dopo una certa “seconda soglia” di sviluppo diventa controproducente iniziando ad erodere il vantaggio accumulato per poi passare addirittura a distruggere il corpo sociale.

Così la medicina, che è lo strumento principe per guarire dai malanni, con lo sviluppo incontrollato è diventato un puro e semplice mercato da far crescere; un mercato dove gli individui, diventati nel frattempo tutti quanti ipocondriaci e malati sin dalla nascita, van cercando una “salute sempre migliore” a prescindere dallo stato di partenza.

I mezzi di trasporto, indispensabili per l’uomo per muoversi, con l’aumentare incredibile della loro velocità e della loro diffusione, hanno consumato il tempo invece di farlo guadagnare. Le persone spendono più tempo per la circolazione di quanto ne abbiano effettivamente guadagnato.

In ultimo la scuola, strumento fondamentale tramite il quale gli individui dovrebbero essere educati, si è tramutato col tempo in un’industria di “titoli di studio”. La gente non si rivolge al sistema scolastico per essere educata o per imparare, ma semplicemente per ottenere un titolo da spendere. L’obiettivo è ottenere il titolo, non educarsi.

“La scuola non è più un valido strumento di educazione, né i mezzi di trasporto veloce buoni strumenti di circolazione, né la catena di montaggio un modo di produzione accettabile. La scuola produce cancro, la velocità divora il tempo, la catena incita al sabotaggio in forme non più controllabili.”

IVAN ILLICH – LA CONVIVIALITÀ

Lo sviluppo incontrastato, figlio dell’industrializzazione coatta di ogni parte della vita, porta qualsiasi tipo di strumento, inevitabilmente, a superare questa “seconda soglia” (per chiamarla come nel testo) che rende qualsiasi tipo di strumento controproducente, tramutando quelli che dovrebbero essere i mezzi nei fini stessi:

Nelle misura in cui io padroneggio lo strumento conferisco al mondo un mio significato; nella misura in cui lo strumento mi domina, è la sua struttura che mi plasma e informa la rappresentazione che io ho di me stesso.”

IVAN ILLICH – LA CONVIVIALITÀ

La via di fuga da questo sentiero segnato è, secondo l’autore austriaco, quello di riappropriarsi degli strumenti, passando dalla società di produzione industriale e dei consumi a quella che Illich chiama una “società conviviale”:

“Chiamo società conviviale una società in cui lo strumento moderno sia utilizzabile dalla persona integrata con la collettività, e non riservato a un corpo di specialisti che lo tiene sotto il proprio controllo. Conviviale è la società in cui prevale la possibilità per ciascuno di usare lo strumento per realizzare le proprie intenzioni.(…)Le persone hanno bisogno non solo di ottenere delle cose, ma anche della libertà di costruirsi le cose di cui hanno bisogno per vivere, di dargli forma a seconda dei propri gusti”

IVAN ILLICH – LA CONVIVIALITÀ

Nella società conviviale il rapporto fra mezzi e fini è chiaro e definito, l’essere umano è padrone degli strumenti che utilizza, ne conosce il funzionamento e sa che sono a disposizione, non al servizio di un gruppo ristretto di esperti, di multinazionali o di governi.

Perché questo accada il corpo sociale deve munirsi di soli “strumenti conviviali”. Per Illich sono conviviali tutti quegli strumenti che non hanno superato la seconda soglia di sviluppo.

Si può parlare di “strumento conviviale” quando lo strumento può essere usato da chiunque per scopi determinati da lui stesso. 

“Lo strumento veramente razionale risponde a tre esigenze: genera efficienza senza degradare l’autonomia personale, non produce né schiavi né padroni, estende il raggio d’azione personale.” 

IVAN ILLICH – LA CONVIVIALITÀ

Si supera la soglia critica quando lo strumento viene usato da un gruppo limitato di individui per aumentare il loro potere sugli altri, manipolandoli, diminuendone l’autonomia e aumentando inevitabilmente le disuguaglianze sociali. E’ quanto accade in seguito all’industrializzazione, superata la “seconda soglia”.

Facile è trovare esempi di strumenti assolutamente non conviviali nella nostra società attuale. Sono strumenti di questo tipo gli algoritmi che guidano e manipolano il comportamento degli user online o anche la televisione con il suo palinsesto, che non è mai deciso dagli utenti ma stabilito dall’alto, da reti o editori, per “colpire” l’audience o influenzarlo in una determinata maniera.

Strumenti conviviali invece, se utilizzati nella giusta maniera e per soddisfare determinati scopi, possono essere il telefono cellulare e l’informazione disseminata nella rete internet. Allo stesso modo potrebbero esserlo i social network, se ne esistessero di veramente open source.

Ivan Illich (Vienna, 4 settembre 1926 – Brema, 2 dicembre 2002)

Ecologista quando non andava di moda, critico della crescita a tutti i costi, Ivan Illich è stato un importante pensatore moderno, scomodo e profetico, soprattutto nel suo contrastare audacemente la centralizzazione del potere, a prescindere dal fatto che sia nelle mani del privato (come in Occidente) o del pubblico (come nell’odierna società Cinese).

“Poco importa che si tratti di un monopolio privato o pubblico: la degradazione della natura, la distruzione dei legami sociali, la disintegrazione dell’uomo non potranno mai servire a uno scopo sociale.”

IVAN ILLICH – LA CONVIVIALITà

Ed è proprio qui che Ivan Illich, a mio modesto parere, coglie nel segno, evidenziando quello che è il più grande e pericoloso difetto della nostra bizzarra epoca: la concentrazione di conoscenza e tecniche nelle mani di un numero ristretto di esseri umani.

Forse “La Convivialità” deve essere preso come punto di partenza per rivedere il rapporto attuale fra società e tecnologie. I dubbi sollevati da Ivan Illich e la descrizione di “strumento conviviale”, può aiutare a trovare una risposta collettiva alle criticità che le tecnologie (soprattutto digitali) ci han posto sul cammino. Forse, invece di resistere al mondo digitale, come i fanatici della “disconnessione” o i fautori del “detox tecnologico”, dovremmo fare in modo che nascano e vengano disegnate tecnologie aperte, non pre-imposte, che siano discutibili e flessibili, modificabili in base ai bisogni personali e non unicamente pensate per aumentare fatturati o manipolare. Solamente tornando proprietari di dati personali e tecniche si può decidere individualmente cosa farne e con chi condividerli.

E tutto ciò, indiscutibilmente, ci farà sentire più liberi: di essere e di fare.

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