Dove sono gli intellettuali?

Dove sono gli intellettuali in Italia? Perché è importante riavvicinare popolo e cultura?
Servono nuove voci coraggiose, che non abbiamo paura di essere (o diventare) troppo Pop
!

C’erano una volta i “Comizi d’Amore”. C’era una volta la “Fenomenologia di Mike Buongiorno”. C’erano una volta a discutere nei salotti televisivi Moravia e Pasolini. C’era una volta in parlamento chi ha scritto i “Quaderni dal Carcere”. 

C’erano una volta gli intellettuali.

Ci sarebbero anche oggi, forse più timidi, si notano di meno e in pochi li stanno seriamente a sentire. C’è chi parla di storia, chi di filosofia, chi di fisica e chi di sociologia; ma lo fanno tutti quanti a voce bassa, rivolgendosi sempre a meno gente. Più spesso, quando e se largamente conosciuti, si limitano a fare divulgazione su temi specifici. Quelle rare volte che generano dibattito su temi d’attualità, tornano presto a fare silenzio per proprio o altrui volere, magari chiedendo pure scusa per il fastidio arrecato alla monotona tranquillità del conformismo.

Perché gli intellettuali oggi non riescono ad avere il peso che avevano in passato? Perché non riescono a generare quel sano fermento culturale di cui ogni Paese ha bisogno?

Il fenomeno dello scarso appeal degli intellettuali in Italia, segue secondo Meno Rumore due direttrici fondamentali:

  1. Gli intellettuali sono “troppo vecchi”. Tendono ad usare mezzi di comunicazione che hanno perso e continuano a perdere potere. Scrivono principalmente sui giornali, vendono qualche libro, appaiono più o meno in televisione, ma si contano sulle dita i casi di intellettuali capaci di avvicinarsi alla gente con chiarezza e semplicità, magari tramite mezzi moderni di comunicazione come internet e i social network. 
  2. La gente non si fida degli intellettuali. Non si fida perché li vede lontani, distanti. Parlano in maniera spesso oscura. Trattano argomenti troppo specifici. E d’altro canto è di moda quello di considerare “tuttologi” o “fuffologi” le personalità che si avventurano in discussioni che vanno leggermente oltre la loro ristretta e specialistica area di ricerca. Ed ecco quindi sorgere i commenti del tipo: “Un fisico dovrebbe parlare solo di fisica, uno storico solamente di storia (e solamente di storia medioevale, se è un medievalista)” – (Pensiero a margine: Viene da chiedere a queste persone quanto conta la loro opinione in democrazia, visto che si può parlare unicamente di ciò che riguarda la propria competenza acquisita in anni di studio/lavoro).

Queste due tendenze (entrambe da combattere) si autoalimentano a vicenda. Da un lato la gente continuerà a diffidare e a non ascoltare chi utilizza mezzi di comunicazione inadatti per avere un contatto reale e non filtrato con le masse. Dall’altro l’intellettuale (ignorato e a volte bistrattato dalla stessa gente che più di altri beneficerebbe nell’ascoltarlo) continuerà a rivolgersi principalmente a quello sparuto gruppo di “signori” che ancora lo sta sentire. Lo farà per questo col mezzo più usato dal suo “target”. Parlerà a studenti universitari noiosi o annoiati, a professori nelle accademie, o a quei pochi che ancora leggono i “veri” giornali. Continuerà a trattare solo di argomenti specifici, ristrettamente al campo in cui si è specializzato, perché “non possiede i titoli” per parlare di tutto il resto.

Succede così che in questi anni ci si è dovuti accontentare: si è concessa l’etichetta di “intellettuale” a giornalisti venditori di libri, a politici in pensione, a scribacchini narcisisti che ripetono da anni lo stesso slogan, a megafoni ambulanti, a marchettari da talk-show, a cantanti mediocri che si sono autoeletti poeti.
Tutti “banalizzatori”, non “semplificatori”.
Creano rumore, non lo silenziano.

In Italia fra gente e cultura c’è un vuoto da colmare al più presto. Per evitare di rimanere una società che favorisce quotidianamente la mediocrità, anche sulla scena politica; per non affidarsi a imbonitori, tecnici, professionisti e vecchie stelle ormai decrepite e in caduta verticale.

Come scrisse Albert Einstein nel saggio contenuto ne “Il mondo come io lo vedo”:

Il contatto fra l’intellettuale e le masse non deve andare perduto. È necessario, per il progresso della società e non di meno per rinnovare la forza dell’intellettuale; perché il fiore della scienza non cresce nel deserto.

Albert einstein – il mondo come io lo vedo

Serve fermento culturale, agitazione, critica. Serve stimolare la riflessione trattando con semplicità temi complessi. Serve orientamento culturale alla portata di tutti, che non si limiti a intrattenere. Serve instillare dubbi per resuscitare dal conformismo incolore in cui siamo sprofondati. Serve un dibattito pacifico, ma acceso. Servono intellettuali coraggiosi, disposti a rivolgersi alla gente con i mezzi e le parole della gente e che, possibilmente, non abbiano il terrore di essere (o di diventare) “troppo Pop”.

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