Dalla palude: non è un paese per giovani!

Ciò che muta e cambia e cresce e si muove è vivo, imprevedibile. Noi stiamo fermi, immobili come ossa in una bara, come un oggetto inanimato, come una macchina spenta. Perché fermi si sta comodi. Ciò che è fermo è prevedibile: non fa paura.

Ispirato dalle ultime cronache di un paese rumoroso quanto immobile. Dalla palude, mentre il mondo cambia, un incitamento al coraggio, al movimento, alla discussione e alle nuove idee:

Non è un paese per giovani – di LK

Siamo fermi, con solo vecchie idee stantie, come l’acqua di questa palude che ci circonda. Procediamo senza nessuna strategia, si va a braccio, posando il piede nella pozza che ci pare meno profonda, per vedere fino a dove affonda la gamba. Il fango ci ha coperto le scarpe, ci sporca i vestiti. Non riusciamo più ad andare avanti, abbiamo paura di rimanere bloccati. Quindi annaspiamo un po’, ci voltiamo, ci divincoliamo dalla presa di qualche arbusto e muoviamo passi indietro, per tornare esattamente al punto di partenza. 
Nulla è cambiato. Torniamo lì da dove siamo partiti. Lì dove abbiamo compiuto il primo passo, che ci aveva fatto rendere conto del terreno paludoso che ci circondava. Eppure ci era parso di potercela fare, di cambiare posizione, almeno di avanzare e vedere poco più in là, cosa c’è oltre l’acquitrino.
Invece no, siamo tornati indietro. Sempre qui, dove ci sentiamo al sicuro. Sappiamo di essere invecchiati, che forse fra qualche anno la palude che ci circonda sarà ancora più ardua da attraversare, che avremo sempre meno coraggio, perché il coraggio è delle anime giovani. Forse è per questo che ci sentiamo a nostro agio qui. Ora lasciamo che ci passi il fiatone, facciamo passare la paura che ci aveva colto quando ci sembrava di essere sul punto di affogare nel fango.
Ora che siamo tornati coi piedi su un terreno asciutto e stabile, ora che siamo tornati indietro, forse capisco perché non riusciamo a superare la palude. È che nella palude non ci sono segnali, indicazioni o guide. È che se pure lasciassimo questa zolla di terra ferma e stabile, dove è che dovremmo andare?
Perché lasciare la palude? La palude che è stata la nostra casa in tutti questi anni. Stiamo bene con il fango, la nebbia, l’umidità e le zanzare. E in fondo temiamo che la palude, pur riuscissimo a lasciarla dopo tanta fatica, tornerebbe a prenderci, a chiamarci, ad attirarci. E poi chi ce lo dice che veramente, oltre la palude, ci sia qualcosa di diverso? Magari il mondo è tutto così: tutto quanto un’immensa palude.
Fermi, poi, si fatica di meno. Immobili si sta comodi.
Noi stiamo bene così, senza nemmeno fare la fatica di inscenare una gattopardesca farsa di cambiamento. Scegliamo di rimanere fermi e lo diciamo pure a gran voce, senza vergogna: fermi si sta meglio!
Che tutto cambi perché nulla cambi è ormai un detto antico. Noi non vogliamo nemmeno darla, la parvenza del cambiamento. 
Ciò che muta e cambia e cresce e si muove è vivo, imprevedibile. Noi stiamo fermi, immobili come ossa in una bara, come un oggetto inanimato, come una macchina spenta. Perché fermi si sta comodi. Ciò che è fermo è prevedibile: non fa paura.
Siamo fermi e ciò ci compiace. Perché, se niente cambia, nessuno può dire di aver sbagliato. Né vincitori né vinti: nessuno rischia. 
Abbiamo poche idee stantie, come l’acqua della palude in cui viviamo. In cui rimaniamo. In cui, in fin dei conti, non si sta così male. 
Perché la verità è che siamo vecchi e che, in una palude, pure i giovani invecchiano celermente.
Oltre la palude chissà cosa succede, ma probabilmente è bene non saperlo per noi. La vecchiaia ci ha reso insicuri e ci ha lasciato la sola e unica volontà di rimanere a galleggiare in attesa. L’essenziale è non affondare del tutto. Che il fango non arrivi alla gola. Tirare nel polmoni quella boccata d’aria in più. 
Vedremo nascere nuove generazioni di girini e applaudiremo alla nuova vita. Il nostro sangue sarà nettare per le zanzare. La nostra carne, un giorno, il cibo e l’energia di un alligatore. E ci rallegreremo di essere stati così, in qualche modo, utili al mondo. O sarà almeno questa la nostra illusione, prima di lasciare morendo questo pantano.
Abbiamo poche idee stantie, come l’acqua di una palude.

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