Missione impossibile: Cultura sui social?

Cosa rimane della cultura sui social network? Si possono usare i social per stimolare dibattito culturale o esistono altri luoghi dove è più consono farlo?

Ho visto la foto di un gatto che riposava vicino alla copertina di un libro. Ricordo il gatto, un bell’animale in salute, dal pelo bianco e nero. Del libro, invece, non saprei dire il titolo, ma solo che aveva la copertina gialla.

Questo è ciò che rimane della letteratura sui social? 

Un’impressione vaga di una foto piacevole da vedere. Un bello scatto, una didascalia fatta ad arte con qualche emoticon. Magari l’incipit del libro che si è deciso di immortalare, copiato e incollato come didascalia.

Si può lasciare soltanto questo attraverso le piattaforme social?

La cultura richiede tempo, silenzio, approfondimento. I social network sono uno spazio dove è premiata l’immediatezza del contenuto, la semplice fruibilità. Per trattare di alcuni argomenti è richiesta solitamente attenzione, mentre sui social la soglia di attenzione dell’utilizzatore è spesso di breve durata: bisogna colpire il pubblico subito, con messaggi brevi, secchi, decisi.

Per tutte queste ragioni il social network è sempre stato visto come uno strumento con cui è difficile diffondere contenuti che seriamente possano definirsi “culturali”.

C’è chi dice che di cultura (e in particolare di letteratura) non si può parlare sui social. Che al limite questi strumenti possono servire a chi si occupa di cultura solo per fare marketing: per vendere un libro, per aumentare le visite in un museo, per attirare clienti in libreria o sul sito dell’editore. Che ci sono altri luoghi dove è più consono trattare di alcuni argomenti.

Eppure dall’altro lato della barricata si trovano “approfondimenti” culturali impolverati e saccenti. Recensioni che passano dall’elogio superficiale e leccaculistico allo scritto dal piglio provocatorio e polemico, spesso pubblicato più per compensare bisogni narcisistici dell’autore che per lasciare veramente qualcosa a chi legge.

Ed ecco il punto della questione. Le parti sono sempre due: sia che si stia scrivendo per riempire le pagine culturali di un giornale o che si stia postando sul proprio profilo instagram la foto della propria colazione affiancata dall’ultimo libro che si è acquistato.

Dall’altro lato della pagina, o dall’altro lato dello schermo, c’è sempre qualcuno.

Ciò che sfugge alla gran parte delle persone che “parlano di cultura” è che non lo si dovrebbe fare per prendere qualcosa, né per dimostrare il valore di chi scrive, ma per lasciare qualcosa a chi legge.

Non per prendere likes sotto una foto, ma per lasciare consigli, ispirazioni, indicazioni per non perdere l’orientamento. Non per gonfiare l’ego di chi scrive, ma per facilitare il lavoro di chi usufruisce del contenuto.

Perché va bene, la cultura non si può fare sui social network, ma certamente sui social di cultura si può parlare!

Chi pensa di trovare ogni cosa su una pagina facebook, su instagram o su un account di twitter non è tanto illuso, quanto totalmente fuori di testa. L’approfondimento va sempre fatto fuori dai social, col giusto tempo che ci permette di assaporare le pagine di un libro o di studiare l’argomento; ma il consiglio su cosa approfondire e come farlo può benissimo giungere da un aforisma letto su Instagram, dalla foto di una copertina di un saggio, dalla video recensione di un libro.

La regola è una sola: non fidatevi di chi approccia come un venditore. I venditori fanno troppo rumore e chiedono sempre qualcosa in cambio.

Diffidate di chi fotografa libri intonsi, nuovissimi, lucidi, con magari a fianco un bel primo impiattato a dovere, un mazzo di fiori, chiazze di colori.

E diffidate di quella pagina dove avete visto la foto di un libro di cui non vi ricordate affiancato da un gatto.
Ovviamente.
Meglio pochi colori, meglio il bianco e nero. Meglio arrivare dritto al dunque.

Meglio fare meno rumore, che intorno a noi già ne abbiamo troppo.

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